Ceuta è, insieme a Meilla, una delle due provincie spagnole in terra d’ Africa. Viste dalla cartina assomigliano più a due isolette in territorio maarocchino. Parlando con i miei compagni di viaggio, che poi sono anche i miei compagni di squadra, ho scoperto che in passato la Spagna occupava un territorio più vasto che però è stato ceduto all’ attuale stato del Marocco dopo la campagna di riconquista effettuata da parte di quest’ ultimo. Affascinante giocare in Africa: di solito uno è abituato ad andare in trasferta a pochi chilometri di distanza da casa propria, non in un altro continente!
Arrivare a Ceuta non è stata cosa facile: la prima meta, dopo un bel viaggio in macchina di quasi tre ore per la campagna Andalusa , fu il porto di Algeciras, oramai il più grande e importante del sud della Spagna, e una volta arrivati ci imbarcammo in un traghetto che ci permise di attraversare lo storico stretto di Gibilterra.
All’ arrivo al porto trovammo un accoglienza alquanto rara: un servizio di polizia imponente, con uno
sguardo tutt’ altro che amichevole, con cani anti-droga. Ero a conoscenza che la tratta Ceuta – Algeciras è “famosa” per essere percorsa anche da viaggiatori, per così dire, poco ortodossi ma non pensavo che la cosa valesse anche per l’ andata! Dopo qualche innocua annusata e un controllo dei documenti finalmente potemmo imbarcarci.
Piccolo appunto: nonostante la mia giovane età, 22 anni, sono tra gli amanti obbligati delle carte d’ identità in stile vintage, quelle a forma di libricino di color marroncino, molto diverse da quelle fantasmagoriche carte d’ identità plastificate in uso tutta Europa. Purtroppo, quasi sempre, viene scambiata per un passaporto e bisogna spiegare che, in realtà, è una C.I. .Tutto si risolve, per carità, ma mi piacerebbe, per una volta, evitare di vedere lo sguardo incredulo degli agenti o dei commessi quando si effettua un pagamento con carta di credito o si è sottoposti ad un semplice controllo.
Ritorniamo al viaggio: attraversare lo stretto di Gibilterra è qualcosa di unico. La giornata era perfetta: cielo limpido e, a quanto dicevano, mare relativamente calmo. Dopo qualche minuto ci ritrovammo in mezzo allo stretto: il traghetto ballava talmente tanto che si fatica a stare in piedi nel ponte di poppa e il vento soffiava così forte che si faceva fatica a parlare. Il traghetto, in spagnolo comunemente chiamato el ferris, spingeva al massimo i motori per evitare di sentire troppo il mare e lasciava dietro di se due muri d’ acqua che avrebbero fatto la gioia di qualsiasi sciatore nautico.
Alla nostra destra s’ intravedeva Gibilterra, colonia inglese, dislocata su una striscia di terra che culminava in un imponente promontorio, riserva naturale abitata praticamente solo da scimmie, che pareva essere messo li a protezione della città. Mi promisi si visitarla.
Stavo attraversando le Colonne d’ Ercole, ultimo confine del mondo e della civiltà per gli antichi, mi sentivo importante e felice di poter viaggiare e provare sensazioni simili in una rotta che, in fondo, è percorsa con la facilità e frequenza di un autostrada.
Arrivati al porto si respirava già un aria differente: vecchie Mercedes sfrecciavano con musica araba a tutto volume e la fisionomia delle persone del porto incarnava perfettamente il classico profilo marocchino. La città di Ceuta, nonostante tutto, è abbastanza curata ma non ha niente a che vedere con l’ ordine e la pulizia delle città spagnole.
Dopo un rapido giro per il centro, offerto dai miei compagni di squadra, decidemmo di prendere un autobus per la piscina. Anche a Ceuta si paga il biglietto! Vi erano però alcune precauzioni in più: un piccolo tornello posto vicino al conducente sbarrava l’ accesso per evitare arrembaggi indisciplinati all’ entrata dell’ autobus. La cosa particolare che notai è che la popolazione dei servizi pubblici è prettamente femminile e quasi tutte portano il velo. Ho detto quasi tutte perché vi erano anche donne vestite “all’ occidentale” che facevano ricordare che Ceuta è una provincia Spagnola.
La piscina dava sul mare e, un mio compagno di squadra, mi disse:
<<Giovanni, quello è il Marocco>>
<<Joder!>> dissi io
Una scogliera piena di verde si perdeva a vista d’ occhio davanti a me. Tanti Erasmus stazionati a Cadiz sono andati o hanno in programma di andare in Marocco. Vedremo se avrò la solita fortuna.
Tanto per la cronaca la partita finì 24 a 8 per i padroni di casa. Un mio compagno disse <<Tutta questa strada per essere suonati come cammelli>>. Non poteva usare metafora più azzeccata.
Il traghetto di ritorno partì alle 21:00. Sarei arrivato a Cadiz più o meno per l’ una di notte, lasciandomi alle spalle le luci della sognata terra d’ Africa.
Giovanni Pagano
